Ferrara: il Territorio in una Città

I. Gli insediamenti antichi nell’area Settentrionale


È indispensabile approfondire la storia di Ferrara per comprenderne il Territorio: partire da un quadro esteso consente l’analisi dell’organismo della città lineare cercando correlazioni tra gli eventi storici e la sua crescita urbana. Questo breve excursus non è dunque finalizzato ad una didascalica cronologia di avvenimenti, quanto piuttosto ad un inquadramento geomorfologico e politico che favorisca un’individuazione chiara e veritiera delle principali circostanze che hanno portato alla nascita e allo sviluppo di questa città.

 

Per comprendere come la zona del Delta del Po si sia così tanto popolata nel corso dei Secoli è importante capire quali etnie siano state le prime ad insediarvisi.

I Celti sono il popolo più antico di cui si conosca il nome nell’area a Nord delle Alpi. Questi, assieme agli Etruschi, sono stati tra i primi abitanti del delta padano di cui abbiamo notizie certe. A fornirci una indicazione sull’area geografica Europea da loro occupata è Giulio Cesare (100-44 a.C.), che nella parte iniziale del suo Commentarii de bello Gallico parla delle campagne militari in Gallia (58-51 a.C.) e ci racconta di come questa vasta regione sia suddivisa in tre parti, una abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani e l’ultima da quelli che nella loro terra venivano chiamati Celti (Galli in quella di Roma): “Gallia Est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur1.

Tra gli autori di lingua greca che parlano dei Celti troviamo Polibio, storico greco vissuto tra il 203 e il 120 a.C., che nelle Historiae, scritte nel 150 a.C., ci fornisce l’ubicazione delle principali popolazioni celtiche trasferitesi nell’Italia Settentrionale:

“[…] [Le terre] che sono situate nei dintorni delle foci del Po furono abitate dai Laevi e dai Lebeci, e dopo di loro dagli Insubri, il più grande di questi popoli; e a valle lungo il fiume, vivevano i Cenomani. Le contrade prossime ad Adria erano occupati da un’altra popolazione antichissima, i Veneti […] che poco differiscono dai Celti per gli usi e i costumi ma parlano un’altra lingua […]. Al di là del Po si sono fissati per primi gli Anari, poi i Boi, in direzione dell’Adriatico i Lingoni, infine, vicino al mare, i Senoni.2

La migrazione delle popolazioni celtiche avvenne attorno al V Sec. a.C., quando si riscontrò un aumento tale della popolazione che rese impellente la necessità di trovare nuovi territori liberi da colonizzare. Il Nord Italia abitato così dai celti venne chiamato “Gallia Cisalpina”, ovvero, secondo il punto di vista dei romani, la Gallia che “sta al di qua delle Alpi” da differenziarsi con la “Gallia Transalpina”. I principali popoli celtici stanziati nell’area padana secondo gli storici erano i Libeci e i Lai nel Piemonte centro-occidentale fino alle Alpi, i Cenomani tra Brescia e l’Adige, e più ad Ovest gli Insubri che avevano il loro principale centro urbano e di culto nella città di Mediolanum (Milano). A Sud del Po (Gallia Cispadana) erano stanziati: i Boi nel cuore dell’Emilia odierna, i Senoni lungo la costa delle odierne Marche e Romagna, e poco più a Nord, tra la Romagna e il Po, nell’area del delta, vi erano i Lingoni.

È da credere ad esempio che un centro gallico esistesse in un punto chiave delle comunicazioni padane nei pressi di Codrea, la famosa Trigaboli di Polibio, dove il Po si divideva in tre rami, due dei quali erano anticamente chiamati Padoa e Olana.

Per vari storici, il nome “Trigaboli” deriverebbe dalle parole celtiche “tresgabuli” (cioè “tre capi”) e corrisponderebbe all’attuale Codrea (anche il suffisso “Co-”, diffuso nei nomi geografici del ferrarese, è di origine celtica).

La permanenza dei Celti fu subito minacciata da quella dei Romani. Un pericolo del quale i Celti si resero conto ben prima della realizzazione di quella Via Aemilia che, iniziata nel 181 a.C., costituirà il mezzo di penetrazione romano del territorio.

Nel 390 a.C., per risposta all’avanzata romana, i Senoni comandati da Brenno occuparono Roma con un esercito che annoverava tra le proprie file anche alcuni romagnoli dell’epoca. Questo scontro viene ricordato con il nome di “Battaglia del fiume Allia”, al quale seguirà poi il sacco di Roma, predestinata comunque alla vittoria: infatti nel 295 a.C. con la vittoria a Sentino iniziò il tramonto dei Senoni, che pochi anni dopo furono definitivamente sopraffatti.

Nel 192 a.C., Publio Cornelio Scipione (235-183 a.C), detto l’Africano, caccia i Celti oltre il Po e, con la successiva Battaglia di Milano, i Galli vengono definitivamente espulsi oltre le Alpi: è così che ha termine il loro dominio, dopo tre secoli di stanziamento in Italia e in Romagna.

Per facilitare la definitiva estromissione dei Galli dalla penisola, i Romani progettano la costruzione di una nuova strada: la Via Aemilia, il nuovo percorso romano costruito tra il 189 ed il 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido († 152 a.C.), al fine di ottenere un veloce collegamento tra Rimini e Piacenza. Quest’ultima era ancora assediata da una popolazione celta (i Boi) che, pur sconfitti dall’esercito di Roma, non avevano però firmato la pace. Vi era quindi la necessità di avere una rapida via di comunicazione che in linea retta attraversasse le principali città di fondazione romana: Cesena (Caesena), Forlimpopoli (Forum Popili), Forlì (Forum Livii), Faenza (Faventia), Imola (Forum Cornelii), Claterna (scomparsa nel VI Sec. d.C. a seguito della guerra Greco-gotica), Bologna (Bononia), Modena (Mutina), Reggio Emilia (Regium Lepidi), Sant’Ilario d’Enza (Tannetum), Parma, Fidenza (Fidentia), fino a raggiungere Piacenza per sedare le eventuali ribellioni galliche.

Dopo la definitiva sconfitta della popolazione dei Galli, la penisola rimase per alcuni secoli sotto l’assoluto dominio dell’Impero di Roma che vide una espansione a macchia d’olio sia ad oriente che ad occidente fino al IV Secolo dopo Cristo.

Diocleziano (243-311 d.C., governò dal 284 fino al 305 d.C.), una volta salito al trono ritenne che il sistema governativo dell’impero fosse inefficace per garantire un appropriato controllo: la decadenza che si stava già da tempo manifestando era infatti principalmente dovuta a fattori come la vastità dell’area e la frammentazione dell’Impero, l’ondata di invasioni barbariche provenienti da Nord e la crisi religiosa interna dovuta alla grande diffusione della religione cristiana. Istituì quindi una nuova forma governativa, la “tetrarchia”, un governo collegiale a quattro persone, formato da due Augusti e due Cesari (questi ultimi subordinati ai primi ma con diritto di successione su di loro).

La riforma di Diocleziano avrebbe dovuto portare vantaggi da un punto di vista amministrativo, ma in realtà la tetrarchia si rivelò un fallimento a causa degli scontri tra gli stessi reggitori. Dopo la morte di Diocleziano, infatti, i conflitti ebbero come protagonisti Massenzio (278-312 d.C.) e Costantino (274-337 d.C.), e videro quest’ultimo come vincitore. Egli abrogò la tetrarchia e concentrò nelle sue mani tutti i poteri, stabilendo la propria residenza a Bisanzio che da lui prese il nuovo nome di “Costantinopoli”.

Il trasferimento della capitale era dovuto alla posizione strategica di Bisanzio che si trovava a metà strada tra le provincie occidentali e quelle orientali, ed inoltre era l’incrocio dei traffici marittimi tra Mar Nero e Mediterraneo.

Costantino emanò il celebre Editto di Milano del 313 d.C. con il quale la religione cristiana venne equiparata alle altre e ne venne liberalizzato il culto: anche tutti i suoi successori, escluso Giuliano l’Apostata (331-363) che cercò inutilmente di ripristinare la religione pagana, continuarono a seguire l’indirizzo di collaborazione con la Chiesa fino a quando, nel 380 d.C., l’Imperatore Teodosio I (347-395) con l’Editto di Tessalonica mise al bando la religione pagana e dichiarò quella cristiana “Religione di Stato”.

Prima di morire, nel 395 d.C., Teodosio divise l’impero tra i suoi figli Arcadio (377-408), al quale vennero assegnate le regioni orientali, ed Onorio (384-423) cui fu affidato il controllo di quelle Occidentali: le due parti si separarono distintamente dando origine a due dinastie diverse, una a Costantinopoli e l’altra a Ravenna (dove Onorio nel 404 d.C. trasferì la Capitale). Morto Onorio, l’Impero venne guidato dalla sorella Galla Placidia (388/392-450) e dal generale Ezio che seppero sviluppare una politica pacifica tra Romani e Germani.

Nel 476 d.C. fu Odoacre (434-493), re degli Eruli, a governare l’Italia per conto dell’Imperatore d’Oriente. Questa data è tradizionalmente usata per indicare la fine dell’Impero Romano d’Occidente.

A Odoacre successe, nel 497 d.C., Teodorico (454-526): alla morte di questi seguirono alcuni anni di incertezze e di veloci successioni al trono, fino a quando, nel 527 d.C., l’Imperatore d’Oriente Giustiniano (482-565) decise di restaurare l’antico Impero Romano in tutti i suoi aspetti: separò il potere civile, affidato ad un Prefetto del Pretorio, da quello militare, assegnato ad un patrizio chiamato “Esarca”, dal quale prende il nome di “Esarcato” tutto il territorio sottoposto al suo controllo.

Terminati da pochi decenni i conflitti con le popolazioni barbariche, in quell’epoca l’Italia si preparava ad affrontare una nuova ondata di invasioni: quelle dei Longobardi, popolazione germanica che nel 568 d.C., guidata dal loro re Alboino (526-572), scesero nella penisola, dando vita ad un regno indipendente.

In un primo periodo quindi l’Italia si trovò divisa in due parti:

Italia Longobarda: detta “Longobardia”, aveva come capitale Pavia e comprendeva gli attuali Piemonte, Lombardia, Veneto (eccetto la striscia lagunare che va da Chioggia a Grado), l’entroterra dell’Emilia e della Toscana, il ducato di Spoleto e quello di Benevento;

Italia Bizantina: detta “Romania”, aveva come capitale Ravenna e comprendeva l’Esarcato (parte dell’Emilia e della Romagna), la Pentapoli Marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona), la Pentapoli Annonaria (Urbino, Fossombrone, Cagli, Gubbio, Iesi), il litorale Ligure e Toscano, il ducato di Roma (dove assieme al Papa risiedeva un rappresentante dell’Esarca di Ravenna), le coste della Campania, il resto del Meridione e le isole.

Nel 584 d.C. venne incoronato re dei Longobardi Autari (540-590), che sposò la regina bavara Teodolinda († 627). Nel 590 d.C., Autari morì e gli successe Agilulfo († 616) che assieme a Teodolinda garantì i confini del regno siglando trattati di pace con Franchi ed Avari.

Nello stesso anno in cui salì al trono Agilulfo, mancò Papa Pelagio II († 590) e venne sostituito da Gregorio I (540-604), che poi si fregiò dell’appellativo di “Magno”. Agilulfo prolungò successivamente la tregua tra Longobardi e Bizantini fino al 605.

Nel frattempo, il Nord-Est della penisola era investito da una terribile catastrofe naturale di colossali dimensioni che si verificò nel 589: l’uscita del fiume Adige dai propri argini. La tradizione classifica questo evento col nome di “Rotta della Cucca”: il termine deriva dalla località vicino a Veronella, Cucca appunto, dove l’Adige esondò.

Diverse fonti descrivono l’avvenimento, ma una dettagliata relazione è annoverata nel capoverso 23 del Liber III dell’Historia Longobardorum di Paolo Diacono:

Eo tempore fuit aquae diluvium in finibus Venetiarum et Liguriae seu ceteris regionibus Italiae, quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae sunt lavinae possessionum seu villarum, hominumque pariter et animantium magnus interitus. Destructa sunt itinera, dissipatae viae, tantumtuncque Atesis fluvius excrevit, ut circa basilicam Beati Zenonis martyris, quae extra Veronensis urbis muros sita est, usque ad superiores fenestras aqua per tingeret, licet, sicut et beatus Gregorius post Papa scripsit, in eandem basilicam aqua minime introierit. Urbis quoque eiusdem Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt inundatione subruti. Facta est autem haec inundatio sexto decimo kalendas novembris. Sed tantae coruscationes et tonitrua fuerunt, quantae fieri vix aestivo tempore solent. Post duos quoque menses eadem urbs Veronen sium magna ex parte incendio concremata est.3

L’esondazione dell’Adige provocò ingenti danni nella campagna del basso Veneto e in quella del basso ferrarese; in seguito all’eccessiva frammentazione del territorio, tuttavia, nessuno dei governi operò il ripristino delle opere idrauliche, tramutando ben presto questi territori in vaste paludi (da qui il termine “Polesine” che deriva dal latino medievale “polìcinum”, “terra paludosa”).

In questo periodo, perciò, si assistette ad un parziale abbandono delle vie di terra, la cui manutenzione non era più curata dagli organi governativi: il Po divenne quindi un importante percorso per i traffici commerciali e con lui tutti i centri abitativi e di difesa che si attestarono sulle sue sponde4.

 


  1. Caio Giulio CESARE, Commentarii De bello gallico, illustrati da Felice Ramorino, Loescher, Torino 1913, I,1.
  2. POLIBIO, Le storie, edizione BUR, Milano 1994, II, 17.
  3. Paolo DIACONO, Storia dei Longobardi, a cura di Elio Bartolini, TEA, Milano 1988, libro III, 23.
  4. Stella PATITUCCI UGGERI, Una evidenza archeologica per il medievale Castrum Ferrariae, in Musei Ferraresi III, Editore Centro Di Firenze, 1973.